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COMMENTO AL VANGELO DEL GIORNO

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  • Comunità dell'Eremo

Carissimi,

innanzi tutto buona domenica!

Vi comunichiamo che IL SERVIZIO DEL COMMENTO ALLA PAROLA DEL GIORNO sarà sospeso fino al 15 agosto prossimo. La comunità continuerà a spezzare la Parola con voi accogliendovi all’Eremo per un tempo di ristoro nello spirito.

Il ministero dell'ospitalità è un grande dono, anche per noi!



INIZIATIVE IN PROGRAMMA

 

ESERCIZI SPIRITUALI APERTI A TUTTI

2-9 luglio 2022 guidati da p. S. Sala sj

15-20 luglio 2022 guidati da p. T. Taliano sj


ESERCIZI SPIRITUALI PER RELIGIOSE/I E CONSACRATE/I

25-31 luglio 2022 guidati da sr Rossana Leone


CORSO D’ICONOGRAFIA

06-13 agosto 2022

20-27 agosto 2022


CORSO DI CETRA

29 ottobre-2 novembre 2022


A voi tutti un buon riposo estivo!

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  • Comunità dell'Eremo

Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 9,14-17


In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».

E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno.

Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l'uno e gli altri si conservano».

 

Considerando i suoi giorni come giorni nuziali, Gesù dà corpo all’immagine del Messia-Sposo preannunciata dai profeti. E qui lo dice apertamente rispondendo ai discepoli di Giovanni che chiedevano conto al Maestro del perché i suoi discepoli non digiunassero come invece loro erano soliti fare. Dando risposta, Gesù svela la sua identità e il suo destino.


“Verranno giorni”, dice alludendo alla sua passione e alla sua morte, in cui voi miei discepoli sarete in lutto, afflitti perché vi sarà tolto lo sposo. E voi che dello sposo eravate gli invitati a nozze, meglio “i figli della stanza nuziale” ossia “gli amici più intimi”, in quei giorni sentirete nel cuore la sofferenza di questo distacco. E sarà soprattutto questo distacco – sembra dire Gesù – il vostro digiuno: non un semplice languore di pancia che prima o poi trova ristoro nel cibo, ma la mancanza della mia presenza visibile.


Ed è così vero tutto questo che i primi cristiani praticavano sì il digiuno, ma con uno scopo diverso: rinunciavano alla loro porzione di cibo per condividerla con i poveri e rendere anche loro partecipi della gioia delle nozze, concretamente.


Questo digiuno praticato per fare posto a tavola ai più poveri rendendo ‘tangibile’ il banchetto di nozze in comunione con lo Sposo, attesta che dopo la morte di Gesù la gioia nuziale non era affatto finita, anzi la sua risurrezione l’aveva trasformata in festa perenne, in attesa della sua seconda venuta. Bisognava ‘soltanto’ allargare la cerchia degli amici dello Sposo, estenderla ad ogni uomo, ad ogni latitudine e in ogni tempo.


Quindi, scavando in profondità su quanto Gesù dice, non si tratta di capire se la festa di nozze sia davvero finita, se il banchetto sia sospeso o solo rimandato e se lo Sposo ci è stato davvero tolto e non è più con noi. Lo Sposo c’è, altroché! Ed è risorto. Digiunano gli occhi, privati della sua presenza visibile, ma il cuore è perennemente sazio di gioia perché Lui è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28,20).


A che serve allora il digiuno oggi per noi?

Non è certo una prestazione ascetica da ostentare con orgoglio, né una bigotta astinenza per imbonire il nostro Dio. Sarebbe ridicolo solo pensarlo. Il digiuno ci ricorda piuttosto qual è la nostra vera fame: fame di Lui, della Sua Parola e della Sua presenza; e ci aiuta a riordinare la nostra vita riconducendola all’essenziale; ci stimola ad educare i nostri desideri orientandoli verso l’unico bene assolutamente necessario; e soprattutto ci fa sentire nella nostra carne la fame dei poveri. Non per attizzare falsi pietismi ma per aiutarci a trasformare i ‘nostri’ beni in beni ‘comuni’, condivisi. Perché nessuno sia nel bisogno e tutti si sentano “figli della stanza nuziale”.


È bene dunque chiedersi non solo se, come e quando digiunare, ma anche chiedersi:

  • di cosa mi sto nutrendo?

  • Il mio cibo, la mia fame è della Parola di Dio?

  • Cosa sto facendo concretamente per far posto ai poveri in questo banchetto di nozze a cui lo Sposo ci ha invitati tutti?

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  • Comunità dell'Eremo

Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 9,9-13

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.

Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».

Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: "Misericordia io voglio e non sacrifici". Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

 

È la prima volta che i farisei intervengono nel Vangelo di Matteo. E la loro entrata in scena, palesemente polemica, lascia intendere che da lì in poi diventeranno per Gesù una spina al fianco.


Ma cos’è che fa scattare in loro una tale reazione?

Sbirciando in casa, vedono Gesù che siede a tavola con “molti” poco onorabili colleghi di Matteo il pubblicano e altri “peccatori”, come li definisce genericamente l’evangelista. Era tutta gente poco raccomandabile che si era allontanata dalla Torà. Tra loro avrebbero potuto esserci ladri, prostitute, usurai e altri brutti ceffi che tutto erano tranne che stinchi di santi.


C’è poi un dettaglio che rende questo banchetto ancora più provocatorio agli occhi dei farisei.

Il testo dice che Gesù “sedeva a tavola nella casa”. Ma la casa di chi? Era quella di Matteo il pubblicano, come precisa Luca nel suo vangelo, oppure era la casa stessa di Gesù, come invece dice esplicitamente Marco?


Il dettaglio non è trascurabile. A quel tempo condividere i pasti non era un semplice invito a pranzo che magari si accettava per non fare uno sgarbo al padrone di casa, o che si faceva per pura cortesia. La tavola era il luogo della più squisita accoglienza, offerta e ricevuta, lo spazio vitale delle relazioni e dell’amicizia. Accettare l’invito significava considerare il padrone di casa una persona degna di attenzione, e questo, considerando che qui si tratta di un pubblico peccatore, significa che Gesù non scarta nessuno. Ed è già una scelta controcorrente, se pensiamo che i farisei si tenevano ben lontani dalle case di questa gente che bollavano come “impuri”.


Se però, come attesta Marco, ad organizzare il banchetto e a fare la lista degli invitati è stato proprio Gesù, che li accoglie in casa sua, allora la sua diventa una chiara presa di posizione, una vera e propria dichiarazione d’intenti: “Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. Che concretamente significa: “il banchetto del regno di Dio, che voi farisei ritenete sia riservato ai solo ai giusti, è imbandito anche per i peccatori”.


Ecco dunque spiegata la reazione scandalizzata dei farisei: per ogni pio israelita questa affermazione suonava come una bestemmia! Costoro però, non avendo il coraggio di interpellare direttamente Gesù, cominciano a punzecchiare i discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».


C’è tanto sdegno in questa loro domanda, tanta ironia. Ed è una sfida fatta di traverso a Gesù, con disappunto. Insomma, una mordace provocazione. Tuttavia nessuno dei discepoli risponde, forse non ne hanno neanche il tempo perché Gesù interviene come una scheggia, si espone e risponde alla loro provocazione citando il profeta Osea. Citazione che i farisei conoscevano benissimo, ma che evidentemente non tenevano in gran conto: "Misericordia io voglio e non sacrifici". Da buon ‘maestro’ poi, Gesù rincara la dose e incalza i suoi interlocutori esortandoli a direzionare il loro sdegno verso se stessi e a prendere sul serio le Scritture: “Andate a imparare cosa vuol dire!”.


Fin qui il racconto, così come l’ha narrato l’evangelista Matteo, ex-pubblicano, che l’ha vissuto in prima persona dopo essere stato intercettato da Gesù al banco delle imposte.

È facile supporre che quest’uomo, riabilitato dalla misericordia, abbia custodito in cuore questo evento riferendo continuamente a se stesso le parole di Gesù: “Lui è venuto per me!”.


Ci basti questo, per oggi: “Lui è venuto per me!”. Non basta una vita per prenderne consapevolezza. Ma basta un momento per cambiare postura dinanzi a Dio e alzarsi, come Matteo, dal banco di una esistenza sciatta, senz’ali, forse anche poco onesta, per seguire Gesù e stare in casa con lui, accogliendolo come Amico e Signore. Oltre che, naturalmente, come “medico”, capace di curare le piaghe da decubito del nostro spirito che stava “seduto” da fin troppo tempo.


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P.S. – Se sei tentato di “fariseismo”, lascia perdere! Non farti risucchiare e coinvolgere nella critica ipocrita di chi si crede giusto e perfetto dinanzi a Dio. Piuttosto, aggiungi un posto a tavola, fai spazio nel cuore ad ogni altro pubblicano che, come te, è stato invitato al banchetto della misericordia.

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