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Per guardare la vita dall'alto

e vedere il mondo con gli occhi di Dio

COMMENTO AL VANGELO DEL GIORNO

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Aggiornamento: 10 mag 2023



Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 15, 1-8

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:

«Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Gesù si era definito “la luce”, “la via”, “la verità”, “la vita”, “il pane”. Ora dice di sé: “Io sono la vite”.

L’immagine della vite e della vigna aveva un grande valore simbolico. I profeti l’avevano usata per raccontare il rapporto tra Dio e Israele e dunque era molto a cara al popolo. Già dopo il diluvio era stata richiamata come segno di vita nuova; poi come primo frutto trovato nella terra promessa; e infine era diventata metafora della Sapienza e della sposa feconda che vive nell’intimità della casa.


Ora Gesù dice: di questa vigna che ha molti ceppi io sono la vite, “quella vera”, non una qualunque, ma quella autentica, fedele e feconda, e il Padre mio, come ogni buon contadino della Palestina, è colui che se ne prende cura perché porti frutto.


Naturalmente, in lui, noi siamo i tralci. Sappiamo bene che in inverno i tralci secchi vengono recisi e in primavera si potano i nuovi getti, i più deboli, per evitare che sottraggano linfa alla vite. Ma sia nell’uno che nell’altro caso c’è un unico obiettivo: che porti frutto, che porti più frutto.

Certo, ogni potatura, nella nostra vita, è sempre dolorosa: purifica sì, ma è un taglio nel vivo che può far male e, a primo acchito, può sembrare ingiusto e incomprensibile. Ma ha una sua logica, ed è per la vita, non per la morte. Soprattutto manifesta la premura con cui Dio si prende cura di noi.

Non a caso quando potiamo le viti a primavera, a ogni taglio esce una lacrima e i vecchi dicono che la vite piange perché finalmente “si è mossa” e la linfa – la vita! – comincia a scorrere nel tralcio.

Sbagliamo però se pensiamo che i rami secchi della vite siano coloro che, agli occhi di Dio, si comportano male e siano, per dirlo con una sola parola, i “cattivi”, in contrapposizione ai “buoni” che invece portano molto frutto.

Il ramo secco è piuttosto tutto ciò che noi, in tutti, è miseria, infedeltà, debolezza, peccato. Dio non recide nessuno dei suoi figli, anzi è venuto proprio per i più deboli, i tralci “malati”, ma interviene nel vivo dei loro atteggiamenti inautentici, che non portano frutto, e pota, come sa fare Lui, con perfezione chirurgica e infinita pazienza.

Badate, però: è Lui che deve potare, non noi. Ricordiamocelo!

Se lo facciamo noi, e di solito lo facciamo con l’intento di potare i rami secchi degli altri e non i nostri, siamo come coloro che, con presunzione e ipocrisia, vogliono togliere la pagliuzza dall’occhio dell’altro mentre nel loro occhio c’è una trave spessa e inamovibile, che fuor di metafora significa che sono sempre pronti a guardare e giudicare i difetti degli altri mentre sono molto indulgenti con il male più grande che impedisce loro la vista.


Lasciamo dunque che la Parola di Dio ci poti a dovere.

E fidiamoci di Lui: non è forse detto che questa Parola “è più tagliente di una spada a doppio taglio che penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giuntura e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12)?



 

VI RICORDO...


20-27 giugno 2023 - Al Piccolo Eremo delle Querce Esercizi Spirituali

guidati da Sr. Rossana Leone

Tema: “Ti pare giusto comportarti così?“

La parabola del profeta Giona e le nostre fughe lontano dal Signore


Per info - tel. 0964.833406 o 3405430401

p.eremodellequerce@gmail.com

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Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 14,27-31a

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: "Vado e tornerò da voi". Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

 

Nei suoi tre discorsi d’addio, che abbiamo meditato in questi giorni con grande commozione e gratitudine, Gesù ha rincuorato i suoi discepoli assicurando loro che non li abbandonerà. Anzi tornerà e si fermerà a vivere con loro, in modo nuovo, certo, ma altrettanto efficace e denso di consolazione grazie all’azione dello Spirito Paràclito che starà dalla loro parte insegnando e ricordando che Dio è amore. Amore che salva.

Oggi ascoltiamo le battute conclusive del suo ultimo discorso d’addio. Prima di accomiatarsi dai suoi, Gesù lascia loro in dono la sua pace – lo shālôm – che è ben più del saluto augurale e affettuoso, ma anche convenzionale, che ci si scambiava in Israele arrivando e partendo da casa.

La pace di cui parla Gesù è l’insieme dei beni che solo Dio può donare e dà fiato a un benessere che scaturisce dalla consapevolezza di essere stato raggiunti dalla sua Parola e avvolti dalla sua misericordia.

Offrendoci la pace, Gesù ci dà tutto di sé ma ci chiede anche qualcosa: avere un cuore ben disposto a fidarsi di Lui, del suo essere in mezzo a noi sempre, nel mondo e nella storia.

Sentire lo shālôm qui, alla vigilia della sua passione, non è un semplice incoraggiamento rivolto ai discepoli, ma un’eredità, che appartiene anche a noi. Eredità da tirar fuori soprattutto nel tempo della prova e della tribolazione per coltivare con fiducia la certezza della sua vittoria sul male.

Capite bene ora perché Gesù dica: “vi do la mia pace”. ‘La sua’, non quella fragile e inconsistente che scaturisce dai negoziati e dai compromessi degli uomini. Questi durano finché c’è una convenienza da sfruttare e vanno in fumo appena la prospettiva di una guerra lascia intravedere conquiste e interessi più grandi. No, non è quella la pace vera donata da Gesù. Quella purtroppo è solo una pace di plastica che cammina a braccetto con la tracotanza dei potenti, gli interessi di pochi e il dolore, l’oppressione e lo sfruttamento della povera gente.

Non possiamo allora che unirci ai tanti appelli lanciati ormai da tempo da papa Francesco e alla sua preghiera perché si spengano i tanti focolai di guerra che stanno trasformando la nostra terra in un campo minato: “Per favore, fermatevi. Si imbocchi la via del dialogo e della pace!”.

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Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 14,21-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Gli disse Giuda, non l'Iscariòta: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

 

Ci siamo ormai abituati allo stile dell’evangelista Giovanni che rilancia temi già annunciati per approfondirli, dilatando per noi gli orizzonti della rivelazione. Cosicché oggi, passando agilmente dai comandamenti all’amore, quello di Dio per noi e il nostro per Lui, giungiamo a una domanda che sta a cuore a Giuda (non l’Iscariota), ma anche a noi che cerchiamo di comprendere il mistero della manifestazione di Dio al mondo: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».


Gesù risponde senza però dare seguito alla richiesta del discepolo. Forse non vuole dare troppo peso alla delusione che traspare dalle parole di Giuda. Costui, come gli altri, speravano in una manifestazione trionfante di Gesù, acclamato da tutti re d’Israele, insomma un re potente con il mondo sotto i suoi piedi, e invece deve mandar giù la pillola amara della gloria di Dio che si manifesterà attraverso lo scandalo della croce.


C’è tuttavia una novità che Gesù introduce rispondendo a Giuda: non solo Dio si manifesterà a colui che lo ama e osserva la sua parola, ma, dice il testo: “noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.


Non so per voi, ma questo annuncio di Gesù mi dà una gioia grande e una grande speranza: Dio si ferma a vivere con noi! E se diamo retta allo Spirito Santo “che il Padre manderà” per ricordarcelo, allora nella nostra vita parole come solitudine, scoraggiamento, sfiducia, delusione, angoscia, alienazione, paura – e chi più ne ha più ne metta – non saranno più ferite infette che recheranno solo dolore, ma spazi concavi abitati da Dio.


Smetteremo di soffrire?

No, non è questo che Dio promette. Ci assicura però che Lui sarà con noi. E quando Dio dimora in noi agisce attraverso la potenza dello Spirito, il “Paràclito”.

Paràclito significa letteralmente “chiamato vicino”. Nel linguaggio giuridico richiama l’avvocato difensore, colui che “sta al lato dell’accusato”. Ecco: lo Spirito si fa carico della nostra stessa vita. È lì a difenderla, a proteggerla, soprattutto contro “il grande accusatore”, il principe di questo mondo, il Male.

L’azione del Paràclito, che diventa via via profonda consolazione interiore, è sempre efficace, viva perché recide in radice la causa stessa del nostro dolore più grande che è sempre quello di non sentirsi amati abbastanza.
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