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COMMENTO AL VANGELO DEL GIORNO

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La nudità della croce spaventa ma se apri gli occhi alla luce della risurrezione tutto s’illumina e anche quel “dovrà soffrire/dovrai soffrire” non sarà più così amaro.


Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 17,10-13


Mentre scendevano dal monte, i discepoli domandarono a Gesù: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elìa?».

Ed egli rispose: «Sì, verrà Elìa e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elìa è già venuto e non l'hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro».

Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

 

Di Giovanni, Gesù aveva già detto: “è Elia che sta per venire” (Mt 11,14). Ora però i discepoli, appena discesi dal Tabor dopo l’esperienza della trasfigurazione e l’apparizione di Elia, forse per mettere insieme le cose e capire meglio, tornano sulla questione della venuta di Elia.

Il suo ritorno era atteso da tutti a quel tempo. Infatti, per bocca del profeta Malachia, il Signore aveva detto: “Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore” (3,23). L’avvento del profeta dunque avrebbe dato inizio all’era messianica.

Ai discepoli però i conti non tornavano: da una parte Elia che era appena apparso loro sul monte, dall’altra Gesù che invece addita Giovanni come l’Elia già venuto. Cosa temevano? Quale interrogativo li turbava? Direi questo: Gesù farà la stessa fine di Giovanni? Faranno anche di lui (e di noi!) quello che hanno voluto?

Pensate voi che questa domanda sia rimasta lì, sepolta nel tempo, a dare pensiero e a fare paura solo a Pietro, Giacomo e Giovanni? Credo proprio di no!


Quando stiamo in silenzio dinanzi al mistero della croce, se il cuore si dispone ad accoglierlo, impari pian piano ad accettare, per grazia, che facciano anche di te quello che hanno voluto. Naturalmente la cosa in sé sembra assurda, direi anzi disumana. E questo è se guardi soltanto la nudità della croce. ma se solo ti soffermi a pensare alla gloria del Tabor e all’alba nuova della risurrezione, allora tutto s’illumina e anche quel “dovrà soffrire/dovrai soffrire” non sarà più così amaro.

La nostra fede ci dice che, abbandonata in fretta la tomba, sarà gioia grande (cfr. Mt 28,8).

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  • Comunità dell'Eremo

Come reagiamo con chi la pensa in modo diverso da noi: gettiamo ponti di reciproco ascolto o erigiamo muri di spietato dissenso?


Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 11,16-19


In quel tempo, Gesù disse alle folle:

«A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano:

"Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!".

È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato. È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori.

Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie»

 

Diciamola tutta: criticare l’austerità di Giovanni e, nello stesso tempo, puntare il dito contro la gioia conviviale di Gesù era solo una maschera meschina per non ammettere che ci si stava rifiutando di stare al gioco di Dio.

Accadde allora e accade anche oggi.

Avessimo almeno il coraggio di dire: “Non voglio giocare!”. E invece no.

Come bambini capricciosi facciamo perennemente il bastian contrario. Ci crediamo tutti d’un pezzo, integerrimi, quasi perfetti, e con sufficienza ci sentiamo in diritto, anzi in dovere, di criticare per partito preso tutto e tutti, sbuffando apertamente e seminando scontento. Ma intanto – ed ecco l’incoerenza! - ce ne stiamo in panchina, accigliati, con il muso lungo e a braccia conserte. Se interveniamo è solo per dire tra i denti (o urlare!) il nostro disaccordo e, come diceva Gesù, finiamo per diventare come quei farisei ipocriti che “legano dei fardelli pesanti e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito” (23,4).

Ripeto, avessimo almeno il coraggio di dire: “Non voglio giocare!”, mi rifiuto di accogliere la logica del Vangelo. E invece no. Ci piace vivacchiare all’ombra del campanile ed essere ascritti tra i discepoli del Signore, ma a una certa distanza, per poter continuare a fare i nostri comodi, senza dipendere da nessuno, chiusi nella nostra gabbia dorata, impegnati a proteggere l’ego smisurato che abbiamo via via coltivato illudendoci di essere migliori degli altri. E finiamo per inscenare la danza di Narciso al suono dell’unico flauto che ci piace ascoltare: il nostro!

Sembrerà eccessivo quanto vi dico, quasi caricaturale, ma troppe volte ho visto tanti ‘buoni cristiani’ – me compresa – entrare in gioco con convinzioni pregiudiziali e addirittura servirsi del Vangelo per giudicare gli altri e lamentarsi di tutto, quasi per abitudine, addirittura per una sorta di diritto acquisito in nome di una presunta superiorità morale.


Stringi stringi – ed è qui che dovremmo dire e fare mea culpa! - ciò che veramente fatichiamo ad accettare non sono tanto le regole del gioco, ma che queste regole non siamo noi a dettarle. E se pestiamo i piedi è perché, con una sorta di presunzione e immaturità latente, almeno nella fede, crediamo che il nostro pensiero sia in linea con quello di Dio, magari il più vicino al suo. È questa arroganza che ci rende dispotici e indisponibili a cercare con gli altri ciò che Dio vuole.


Una domanda, solo una, vorrei gettare come pietra nel cuore, nel mio e nel vostro: come reagiamo con chi la pensa in modo diverso da noi: gettiamo ponti di reciproco ascolto o erigiamo muri di spietato dissenso?



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  • Comunità dell'Eremo


Maria l'ha fatto: tocca a noi ora coltivare uno sguardo vigile, pronto ad assecondare Dio ed essere immediati nell’accoglienza amorosa dei suoi progetti, per piacere a Lui e con Lui rimpastare il mondo, in gioia e gratuità!


Dal Vangelo secondo Luca

Lc 1, 26-38

In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».

A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.

Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».

Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».

E l'angelo si allontanò da lei.

 

Confermata nella grazia e preservata dal peccato: questo è l’annuncio della festa dell’Immacolata Concezione di Maria. Un privilegio unico che – a primo acchito – rischia di renderla tanto lontana da noi.

Abbiamo bisogno del testo biblico per intrecciare il dogma con l’esperienza di questa giovane donna e recuperare quella “vicinanza” dentro la quale possiamo leggere anche la nostra vita. E soprattutto credere e sperare che se Maria si è inserita totalmente nel disegno di Dio possiamo farlo anche noi perché le sue perplessità sono anche le nostre così come le sue fatiche, il procedere in salita nella fede, gli interrogativi, le tentazioni, i nodi da sciogliere.

Vicina a noi, dunque. A partire dall’anonimato del villaggio che le ha dato i natali. Ed è da qui che partiamo.


Nazareth era un villaggio periferico, schivato dai ricchi e dai potenti e abitato per lo più da un pugno di contadini e artigiani che vivevano alla giornata. Qui localizziamo l’entrata di Dio nella storia e nella vita di Maria.


“L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa…”

Qui, nel cuore puro di una vergine, Dio pone la sua tenda, qui, a Nazareth, nel grembo di questa giovane donna che lavora, esce di casa per prendere l’acqua, s’attarda in cortile con le vicine, cuoce il pane nel forno comune, va a prendere la legna per i campi, si reca a pregare nella sinagoga e sogna, come tutte le sue coetanee, di formare una famiglia e avere dei figli. È in questa dimessa ferialità dal sapore casalingo che il progetto di Dio si fa salvezza per l’uomo!


Grande speranza e consolazione per noi!

La salvezza passa attraverso la fatica della ferialità che viviamo, soprattutto quando ci sentiamo ai margini, trascurati e ingolfati in un quotidiano che scorre senza sussulti. E grazie a Maria di Nazareth custodiamo la certezza che Dio sta dentro il poco che siamo e che facciamo e soprattutto sta dalla parte di chi non fa notizia e si affida a Lui con fiducia. Dio, sembra dirci infatti Maria, si lascia incontrare dagli umili che confidano in Lui e che da Lui attendono la salvezza mentre lottano ogni giorno per la giustizia.


Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».

Ed ecco lo stile nuovo che cambia la storia. E la marginalità diventa il centro attorno a cui tutto si rinnova.

“Serva del Signore”, di più, meglio, schiava – così si è percepita Maria, e non per rassegnazione ma per vivo desiderio, pregno di gioia, e così ha cambiato la storia.

“Serva” vuol dire totalmente afferrata dal progetto di Dio e immediata nell’obbedienza: “Come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona - diciamo con il salmista - così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio” (Sal 123, 2).

Tocca a noi ora coltivare questo sguardo vigile, pronto ad assecondare Dio ed essere immediati nell’accoglienza amorosa dei suoi desideri, per piacere a Lui e con Lui rimpastare il mondo, in gioia e gratuità!

Buona festa!

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