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COMMENTO AL VANGELO DEL GIORNO

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  • Comunità dell'Eremo

Aggiornamento: 6 giorni fa


Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 13,16-20


[Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro:

«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica.

Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d'ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono.

In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

 

A volte mi chiedo se le nostre chiese vuote e la superficialità della nostra testimonianza cristiana non dipendano da un macroscopico malinteso: che Cristo ci abbia proposto come meta ultima la vetta del Golgota, capolinea del dolore, dell’umiliazione e della morte. Niente di tutto questo! Sgombriamo perciò il campo da queste visioni nere di disfatta che non fanno onore alla nostra fede.


La meta è un’altra ed è diametralmente opposta al dolore e alla sconfitta. Si chiama la beatitudine, alias felicità vera e duratura, che Dio stesso ha posto nel nostro cuore.


Il Vangelo di oggi, che ci consegna le parole dette da Gesù dopo il gesto profetico della lavanda dei piedi, ci indirizza verso il compimento pieno della beatitudine: “Sapendo queste cose, beati se le mettete in pratica”.


Ma cos’è che dobbiamo sapere in ordine alla felicità a cui tutti aspiriamo?

Innanzi tutto che forse non siamo beati perché abbiamo cercato la felicità nel posto e nel modo sbagliato. E poi perché abbiamo scambiato la felicità con il piacere.


Lasciatemelo dire: la felicità, così come spesso la cerchiamo, è solo un bene di consumo. Cerchiamo il piacere immediato, la soddisfazione a portata di mano, illudendoci sugli effetti a lungo termine di questo mediocre surrogato di ridotta beatitudine.

Fortuna, ricchezza, notorietà, potere: queste sono le cianfrusaglie luccicanti che abbiamo sott’occhio girando tra le bancarelle di un mercato che vende la felicità – ahimè, contraffatta! – a prezzi elevatissimi. Sì, perché per aggiudicarci quelle quattro cianfrusaglie – patacche di pacchiana bigiotteria senza valore – siamo disposti a investire tutta la nostra vita, costi quel che costi.


Vogliamo darci una svegliata?

La mappa autentica che ci conduce alla beatitudine è stata tracciata da Gesù nel cenacolo attraverso l’eucaristia e la lavanda dei piedi. Entrambi ci dicono che l’unico cammino che ha come meta la gioia è il dono di sé.


Che concretamente significa:

  • ‘fatti discepolo’, ascolta Gesù, e cercalo nell’eucaristia per divenire un corpo solo con Lui;

  • ‘fatti mangiare’ anche tu come ha fatto Lui, donando la tua vita;

  • 'fatti servo', metti il grembiule e lava i piedi agli altri, amandoli come Lui ci ha amati (cfr. Gv 13,34).

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  • Comunità dell'Eremo

Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 12, 44-50


In quel tempo, Gesù esclamò:

«Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.

Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.

Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell'ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

 

Non sappiamo né dove né quando Gesù abbia pronunciato queste parole. Il testo originale dice che “gridò a gran voce”. A chi rivolse questo grido? Anche questo non ci è dato di saperlo. È come se l’evangelista volesse farlo giungere agli uomini e alle comunità cristiane di ogni tempo e di ogni luogo.

Ascoltiamolo dunque come rivolto oggi a noi, in questo tempo così avido di luce, risucchiato com’è

nel grigiore di una fede epidermica che non converte il cuore.


“Io sono venuto nel mondo come luce”, dice Gesù. La luce porta chiarezza, visioni limpide, capacità discernere ciò che è bene e ciò che è male. Soprattutto riscalda il cuore e lo orienta verso Dio e gli altri, per amare e servire. Nella luce che viene da Cristo la fede s’alimenta, cresce, matura nella fiducia e diventa generosità, missione, testimonianza.


Perché allora lasciamo che le tenebre dell’incredulità ci seducano ancora?

Mi guardo dentro e mi guardo intorno: sembrano rovi spinosi che stanno prendendo il sopravvento sulla terra buona in cui era stato sparso in abbondanza il seme della Parola e questo aveva portato frutto.

Penso in questo momento ai crocevia della cristianità: oggi sembrano essersi ridotte a periferie marginali e nude di una fede collassata.

L’atrofia esistenziale dell’uomo ingolfato nel bene-stare, ma anche la superficialità dei credenti hanno sovvertito, leggendole confusamente, anzi stravolgendole, le pagine più esigenti del Vangelo.

Abbiamo un assoluto bisogno di tornare a “vedere Cristo”, di esporci alla Sua luce, ridestandoci dal sonno di una tiepidezza soporosa che ci ha derubato la gioia e la speranza.


“Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno” – ribadisce Gesù, volendo far leva più sulla salvezza che viene da Lui che non sulla nostra fedeltà ‘ballerina’. E dicendolo ci mette tra le mani un dono nuovo: la pazienza di Dio. Che non è un compromesso con la nostra sorda cecità, ma attesa fiduciosa. E mentre attende con infinita pazienza i tempi del nostro ritorno a Lui, agisce facendosi carico della nostra fragilità. Fino all’ultimo giorno, quando la Parola stessa che Egli ci ha annunciato diventerà lo specchio in cui vedremo con chiarezza le conseguenze del nostro rifiuto di camminare nell’amore.

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  • Comunità dell'Eremo

Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 10, 22-30


Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell'incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».

Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

A Gerusalemme ricorreva la festa della Dedicazione, memoria vivissima della riconsacrazione del Tempio dopo lo scempio della profanazione operata del re siriano Antioco IV che in quel luogo santo aveva fatto offrire un sacrificio al simulacro di Zeus.

Gesù è lì tra la gente e passeggia sotto il portico di Salomone. Ad un certo punto gli si fanno intorno i giudei, quasi lo accerchiano e, dice il testo, “gli dicevano: Fino a quando ci terrai con l’animo in sospeso? Se tu sei il Messia, diccelo apertamente” (Gv 10,24).

L’evangelista annota: “era inverno” (Gv 10,22). È sempre inverno quando ci lasciamo trascinare dall’incredulità ad accerchiare la Parola di Dio sminuendola fino a soffocarla negli schemi angusti delle nostre vedute. È ancora inverno quando rifiutiamo la logica del Vangelo e, come il re Antioco, consacriamo agli idoli il tempio del nostro cuore abitato dallo Spirito.

A questo grappolo di Giudei che lo incalzano, Gesù risponde: "Ve l'ho già detto, ma non mi avete creduto”. E aggiunge, andando al nocciolo della questione: “Voi non volete credere, perché non siete delle mie pecore”. Cioè, “non ne volete far parte, vi siete tirati fuori pensando che io sia un imbroglione e un millantatore” (Gv 10,26).


Costoro non avevano né accolto né capito che Gesù è il buon pastore e, al contempo, la porta dell’ovile da cui passa la salvezza. E notate: nel linguaggio biblico la porta non indica solo un luogo di passaggio, ma spesso sta a significare la città o il tempio nel suo insieme (cfr. sal 87; 122,2). Quindi Gesù è “luogo” di salvezza, non semplicemente “via”.


Non a caso aveva detto: “io offro la vita per le pecore” (v.15). Un “offrire” che, tradotto letteralmente, significa: “deporre l’anima a favore di qualcuno”, cioè spingersi al sacrificio supremo per salvare un amico.

Questa sua offerta poi, come esprime lo stesso verbo ‘deporre’, è fatta con estrema libertà, per amore: Gesù può privarsi della vita e può riprendersela perché è il Signore della vita e della morte.

Questo avrebbero dovuto capire quei Giudei. E non solo loro.


Forse anche noi dovremmo custodire meglio, come dice Papa Francesco, “la memoria della nostra salvezza, della gratuità della salvezza e della vicinanza di Dio”.

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