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Pecore e pastori


Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 10, 1-10


In quel tempo, disse Gesù: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita a l'abbiano in abbondanza».

 

Ieri il Vangelo di Giovanni 10,27-30 ci aveva consegnato i tratti decisi della bellezza di Cristo ‘buon pastore’. Vai al LINK. Oggi torniamo ai versetti precedenti di questo capitolo 10, dedicati al discorso figurato dell’ovile la cui porta è Gesù.


A chi si sta rivolgendo Gesù, chi sono i suoi interlocutori?

Pare siano ancora alcuni farisei “che si trovavano con lui”, a cui aveva detto che il loro presumere di “vedere” – vedere bene e vedere giusto! – li aveva resi ciechi, increduli: “voi dite: «Noi ci vediamo», e il peccato vostro rimane” (Gv 9,41).


Di cosa è fatta la loro incredulità? Proviamo a capire la metafora dell’ovile.

A quel tempo, in Palestina, come vi avevo già detto domenica, i piccoli proprietari delle pecore, non potendo tenere in casa, nel villaggio, il loro gregge, lo affidavano a un guardiano, un salariato che le custodiva in un ovile poco distante dal centro abitato. Ogni tanto, durante la giornata, il proprietario-pastore andava all’ovile per far uscire le pecore dal recinto e condurle al pascolo.


Da queste consuetudini locali, ecco la metafora riferita da Gesù: c’è il pastore delle pecore che “entra nel recinto dalla porta” perché le pecore gli appartengono e c’è un guardiano che le accudisce e che, all’arrivo del pastore, apre la porta del recinto per farlo entrare. Le pecore, che riconoscono la voce del pastore quando chiama ciascuna per nome, lo seguono fuori dall’ovile fin quando non giungono al pascolo. Ci sono infine quelli che salgono “da un’altra parte”: i ladri-briganti che per entrare devono intrufolarsi abusivamente scavalcando il recinto.

Gesù, vi dicevo, si identifica con la porta delle pecore: è Lui l’unico varco legittimo attraverso cui passa il pastore. Al contempo, però Lui si identifica anche nella figura del pastore “buono” che dà la vita per le sue pecore. Dunque, pastore e porta.


L’intreccio di queste due similitudini potrebbe essere scaturito da un’altra usanza orientale: il pastore, per evitare razzie notturne, dormiva infatti davanti all’ovile, nel vano della porta. Le pecore dunque stavano al sicuro perché nessuno poteva rapirle senza svegliarlo.


Chi sono infine i ladri e i briganti? Coloro che pretendono di guidare il popolo di Dio senza passare attraverso la mediazione di Gesù.


Avviciniamo ora questa metafora a noi: nell’ovile che è la Chiesa, noi siamo pecore e siamo pastori.

Come pecore, riconosciamo nella Parola che ascoltiamo ogni giorno e in coloro che nella Chiesa ci guidano, la voce stessa di Dio che ci chiama alla comunione con lui. Infatti attraverso coloro che nella Chiesa rendono presente Gesù-pastore è lui stesso che ci guida e ci nutre, camminando sempre davanti a noi per farci strada e condurci verso la salvezza. Non dimentichiamolo perché è questo che professiamo quando diciamo: “Credo nella Chiesa”.


Come pastori, guardando a Cristo, abbiamo la responsabilità di custodire e condurre il piccolo gregge che il Signore ci ha affidato – la mia famiglia, la mia comunità, ma anche gli amici, direi persino i perfetti sconosciuti che, incrociandoci, devono poterci riconoscere come “cristiani”; e poi soprattutto i poveri, che non hanno riferimenti, sicurezze; infine – ma credo abbiano un posto speciale nel cuore di Dio – la “pecora perduta”, per la quale non dobbiamo esitare ad uscire dalle nostre “sacrestie” per andare a cercarla.


Occhio alla porta, dunque!

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