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Gesù medico e medicina


Dal Vangelo secondo Luca

Lc 5,27-32

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.

Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa.

C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?».

Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

 

Nella tradizione filosofica greca si ricorreva spesso a un proverbio: “il medico è il sapiente, la malattia è il vizio”. Nel Vangelo oggi Gesù aggiunge: il malato è il peccatore “che ha bisogno del medico”.


Il peccatore è uno che “ha bisogno”, sempre, anche quando il suo peccato è l’arroganza, la violenza che schiaccia e uccide, l’ossessione del potere e del controllo, come oggi stiamo tristemente constatando nel cuore dell’Europa e nel battito anomalo che scuote anche il cuore di Chiese sorelle, anzi dell’unico Corpo di Cristo, più che mai lacerato nelle sue membra. Ecco, sarà difficile da digerire in questo momento attanagliati come siamo dalla paura e dal dolore, ma chi ha scatenato tutto questo, con la complicità dei suoi pari, è pur sempre uno che agli occhi di Dio “ha bisogno”. Bisogno di un medico sapiente.


E quando nelle nostre relazioni anche noi camminiamo sulle macerie di rapporti difficili che si sfilacciano e ci sentiamo feriti e magari a nostra volta feriamo, lì dobbiamo fare memoria di questa condizione denunciata da Gesù, di questo stato di “bisogno” in cui versa la persona che “mi percuote” o in cui io stessa/o mi trovo quando permetto al male di prendere il sopravvento nella mia vita.


Naturalmente vien da chiedersi: e se questo “malato” non ne vuol sapere di farsi curare? E se, chiuso nel bunker della sua ostinatezza, ritiene persino di essere nel giusto a dispetto dell’evidenza che lo vede camminare apertamente a braccetto con il male? Se io stessa/o m’incaponisco su vie non buone e rifiuto medico e medicina?


Anche Gesù dovette affrontare gente così e, persino tra i suoi discepoli, situazioni simili a queste. Non lo osteggiavano con le bombe, i cecchini e i carri armati, ma di fatto gli muovevano continuamente guerra, con ostinazione.

E apparentemente pare anche che abbiano avuto la meglio mettendolo in croce. Ma Lui, fino alla fine, ha fatto prevalere una strategia “curativa”, profondamente radicata nell’amore: “io sono venuto a chiamare i peccatori perché si convertano”; e quando dalla croce, ormai morente, non poté più ‘chiamare i peccatori’ per sanarli, chiamò il Padre per intercedere in loro favore: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34).


“Chiamare” e “curare”: è la terapia del nostro Dio. Impariamola ai piedi della croce.


Chiamare è innanzi tutto andare in cerca dell’altro affossato nel suo male, tentare la via del dialogo, affrontarlo senza prenderne le distanze dal cuore.


Curare, ancora prima di correggere, significa entrare in casa dell’altro, sedersi alla sua stessa tavola, non con il dito puntato ma con la mano tesa, senza per questo cedere con debolezza timida alla rassegnazione dinanzi al suo male. Ed è qui che correggere, nella misura del buon senso, della giustizia e della verità, diventa alta espressione di amore. Un amore che non ricusa anche la severità, se necessario, ma che, oltre la paralisi, riesce a trovare una via d’uscita senza ledere la dignità e l’umanità di chi sbaglia.


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