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Mordere o farsi mangiare?


Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 15,18-21


In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.

Ricordatevi della parola che io vi ho detto: "Un servo non è più grande del suo padrone". Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».


 

Gesù aveva appena detto: “Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri” (Gv 15,17), precisando che il frutto dell’amore matura solo se, come tralci nella vite, rimaniamo in Lui.

Ora aggiunge: poiché siete miei discepoli, insieme all’abbondanza dei frutti, avrete anche a patire odio e persecuzione: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”.


In passato, ma purtroppo anche oggi, il peso di questo odio che esplode nella persecuzione ha seminato tanto dolore e morte, ma ha anche suscitato una lunga scia di martiri: uomini e donne che non si sono piegati alla logica del mondo e hanno preferito dare la vita per il Vangelo.

Dal Colosseo, il più grande anfiteatro del mondo, fino a certe ‘arene’ anonime di periferia sono stati davvero tanti, e lo sono ancora, i luoghi del martirio in cui i cristiani hanno subìto e subiscono ancora ingiustizie e oppressioni a motivo di Cristo.


Ma c’è dell’altro, e non riguarda né i martiri del Colosseo né i loro aguzzini né le belve.


Di cosa sto parlando?

Vedete, leggo e rileggo questo Vangelo e non posso non pensare a certi ‘falsari’ che stampano nel loro vissuto, a proprio uso e consumo, riproduzioni ipocrite di una fede contraffatta. Che li trasforma via via in “piccole belve”. Diciamola tutta: ‘ci’ trasforma in piccole belve.


Cosa pensano e come agiscono queste “piccole belve”…e forse anche io?

Ecco, ‘ragionano’ e ‘agiscono’ così: se mi servi e finché mi sei utile, ti uso, ti spremo e ti sfrutto. Se non mi servi più, se temo che tu mi faccia ombra, se aspiro a farmi spazio e a farmi strada sgomitando, ti scarto, ti scredito e ti costringo a stare all’angolo, gettando nella pattumiera di una memoria sbiadita anche il bene che hai fatto. Anzi, per ridurti ancora, getto fango persino su di esso, bistrattando e manipolando la verità.

Intanto però trattengo in un post-it, esposto nella bacheca del cuore, ogni tuo errore, fosse anche il più piccolo, e ne faccio memoria anche con gli altri, sparlando senza ritegno, per tacitare la coscienza e sentirmi a posto, nel giusto, per averti messa/o da parte, ridimensionata/o.

E per averlo fatto, mi sento persino una persona schietta, senza peli sulla lingua. Così schietta da pretendere di essere riconosciuta, anzi stimata, per la libertà e l’autenticità delle mie posizioni.

Quanta ipocrisia che s’ammanta d’arroganza e sfrutta persino qualche versetto del Vangelo per strappare consensi tra la gente superficiale di questo mondo!


È triste solo a pensarlo, ma purtroppo è questo il sentire e l’agire che serpeggia confusamente anche lì dove spereresti di trovare un supplemento di sana umanità, soprattutto tra la gente che in elenco si segna ancora tra i battezzati. E tra costoro – ecco il peggio! – anche uomini e donne ‘di chiesa’.


Ma quando capita tutto questo?

Quando il Vangelo resta lettera morta e non incide più tra le pieghe del cuore. L’altro non è più il fratello, la sorella da amare, ma l’occasione da mordere per trarne un qualsivoglia vantaggio.

Capiamo allora che questa deriva farisaica è un’arena in cui coloro che “sono del mondo” azzannano con il loro avido egoismo coloro che, per amore, si lasciano “mangiare”.


E si lasciano mangiare non per paura né per debolezza, ma perché hanno fatto una scelta: salire giorno dopo giorno verso la santa montagna delle beatitudini evangeliche, custodendo nel cuore gli stessi sentimenti di Cristo.

Le nostre scelte dunque a volte si riducono a due: “mordere” o “farsi mangiare”.

Tu che fai?

Tu cosa scegli?

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